propriononsaprei

tant'è

grinze

mi sveglio già ad occhi aperti. ho una canzone in testa, uno di quei tormentoni dell’adolescenza. è buio. in un secondo i miei occhi diventano ancora più grandi, di incredulità, di paura. le lacrime ci mettono un attimo a scendere, loro sanno sempre cosa fare e perché, anche quando tu ancora ne non hai capito il motivo. ripasso le parole della canzone mentre mi giro su un fianco per non farmi vedere, poi sotto al cuscino, così magari non mi vedo neanche io. che mi succede? mi rendo conto ascoltando quella musica di non essere cambiata. la mia vita non lo è. sono passati più di vent’anni e cosa sono diventata? nessuno. sono ancora qui, immobile, impaziente di raggiungere chissà che cosa ma ferma. non faccio niente, guardo tutto scorrere. ho sprecato una vita, e ciò che è peggio, non solo la mia. che ci faccio in questo letto, perché non me ne vado? cosa mi trattiene se ormai è tutto perduto, se non c’è più la forza di essere migliori. passa il tempo a forza di rimandare, si muore soli e piangendo l’ultima goccia di energia fugge via. mi perdonereste se me ne andassi per sempre? mi ricordereste anche se non vi ho lasciato nulla? idee, progetti, libri, scoperte, insegnamenti, figli? qual è il mio senso per questa vita, possibile che l’abbia smarrito ormai troppi bivi fa? mi rendo conto di non avere più ambizioni, sogni, volontà.
una giovane vecchia, mai stata adulta.

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24 agosto.

Senza troppi giri di parole.
Senza troppe parole.
Un anno fa, oggi.

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Ciò che resta alla vista sono briciole, quello che è fisso, qui dentro, è ancora solo dolore. Paolo, Davide, Pietro.

C’è il silenzio di un paese appena addormentato, con ancora i respiri poco profondi. C’è il silenzio di un paese sommerso dal vento. Un telefono che squilla. C’è il silenzio di una conversazione di poche parole. No, non è possibile. C’è il silenzio di una famiglia riunita attorno a un camino ormai spento, nella penombra di una stanza. Un silenzio sommerso da poche parole. No, non è possibile. C’è il silenzio della terra che, non contenta del tuo dolore, si agita. Un silenzio assordante, prepotente, che ti caccia di casa. C’è il silenzio che viene coperto dal rumore dei battiti. Del cuore, dei mattoni che crollano, di un cane che ti era venuto ad avvisare. C’è il silenzio di un paese ancora nudo, riunito nella piazza. E c’è il mio, di silenzio, che li ha assorbiti tutti e non se ne vuole più andare.

Fin qui tutto bene.

Ma che ne so, a me quest’anno è piaciuto, non sono abituata a dirlo o scriverlo. 
Ho viaggiato, ho visto posti che mai avrei creduto. 
Ho riso molto, ho anche pianto ma a volte di gioia o incredulità. 
Ho avuto paura ma in qualche modo ce l’ho sempre fatta con le mie forze.
Ho abbracciato forte, ho abbracciato ancora. 
Ho tenuto strette le amicizie a cui tenevo, mi sono tolta da dosso quelle che stremavano. 
Ho amato, amo. 
Ho detto poche parolacce (poi oggi mi hanno rubato il sellino della bici e proprio l’ultimo giorno ho vanificato tutto ma non importa, no?)
Ho finalmente trovato uno sport che mi piace e che mi permette di volare anche di giorno. 
Ho dato vita a un nuovo progetto lavorativo che sperò non finirà. 
Ho letto molti libri e una storia a sera. 
Ho fatto il pieno di sogni e spero di aver aiutato a sognare, almeno un po’. 
Ecco, sapete che c’è? Io non chiedo niente di più per l’anno nuovo. No, mi auguro un altro anno così.
Sorridete, sorridete sempre.

svegliami

guardami. disteso per terra mentre la vita mi scorre addosso, mi travolge.
guardami, inerme, immobile, inetto.
guardaci. io e lui, amico che sa tradire ma mai giudicare.
vite che passano addosso, calpestano, tolgono l’aria.
foglio dopo foglio. bianco su nero.
guardami. a piedi nudi, vulnerabili.
occhi spalancati a fissare il cielo, a convincermi che le nuvole non sono tutte mie
ché a volte si deve restare fermi ad aspettare con addosso la storia migliore,
anche se può far male.
svegliami.

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Regina.

In questo ingarbugliarsi di scadenze sommerse da pretese, dentro un cumulo di sì, certo ce la faccio, abbracciando lacrime di no, non sono in grado. Dentro questo intrecciarsi di impegni non si ha tempo di gustare la fine o un nuovo inizio. Si corre sempre, una staffetta dove sei tu l’unico atleta, lo immagini? corri corri facendo l’ultimo scatto, quello decisivo. Passi finalmente il testimone e a chi lo passi sei tu. Tutto da rifare, le energie mancano, l’arrivo dov’è?
È così che, non so bene come, mi ritrovo dentro un carcere insieme ad altri tredici detenuti. Ops.
Purtroppo, però, io posso uscire quando voglio. Devo ammettere che è strano. Mi lego a loro, un rapporto che ha un inizio e avrà una fine, sì, appena smetterò di essere la loro insegnante. È strano anche questo, lo è per me. Ho la conferma che cercavo, quella di non essere in grado. Non so essere distaccata, non so ricoprire il ruolo. Preferisco unirmi a loro e starli ad ascoltare, hanno più cose loro da insegnare a me che io a loro, non trovi? E mi sento bene chiusa lì dentro, libera più di quanto non lo sia mai stata fuori, senza telefono, senza internet, solo con loro. Giancarlo mi chiede il perché e io non so rispondere, non davanti a lui che di libertà non ne avrà per molto. Il mio tempo lo spreco, il mio tempo lo vivo? Rimando, non faccio altro che rimandare. Mi lamento, non faccio altro che sbuffare. Allora mi resetto, questo tempo me lo voglio godere, queste persone le voglio conoscere perché sono vere. Non hanno paure. Non di me, non del mio giudizio figuriamoci. Senza peli sulla lingua si aprono e si raccontano, ti descrivono, ti scrivono.
Alcuni hanno dei sogni troppo grandi, altri sanno di non poter far altro che restare o tornare. E io mi affeziono e faccio il tifo, mi schiero dalla loro parte. E la testa non capisce, sopraffatta dal cuore, come sempre. Mi sento sbagliata, magari hanno rubato qualcosa anche a me, e mi sento complice, potessi li farei scappare.
Ora che è tutto finito, ora che li ho abbracciati e salutati probabilmente per sempre, ora sono pentita.
Dovrò recuperare, redimermi. Tornerò da loro e glielo dirò, dirò grazie.

Come sei. Anni fa.

Eli’ qui è successo un casino. 
Un gran rumore, un gran silenzio.
I muri, i muri sono pieni di crepe, dio Eli, è un gran casino. Ora siamo scesi per strada, tu sta tranquilla eh, io sto bene.

Cambia tutto, negli anni cambia molto. Meglio lontano e felice che perso per sempre. Buon compleanno amico mio, felice che tu ci sia.

coraggio

Si comincia da due nuove chiavi, la prima cosa che hai fra le mani.
Ora, per la prima volta, ti rendi conto di quello che sta accadendo. Quarant’anni sono passati, quaranta dentro quelle quattro mura. Oggetti, ricordi, fotografie, odori e suoni. Il sole che entrava dalla finestra sempre alla stessa ora, quando il pendolo suonava le tre. Le piante da annaffiare quando si abbassava il vento. Poco importa se di tutti questi anni tu ricordi poco ormai, un nome senza corpo, l’idea di ciò che hai avuto e nulla più. Andar via ti fa credere di aver perso ogni cosa, anche se ogni cosa è già persa ormai. Andar via ti farà invecchiare davvero, renderà dura la tua corazza ammorbidita dalle risate dei nipoti, renderà breve la permanenza nella nuova casa. Stringi i denti, quelli che non si sono spezzati con l’età, abbraccia nuove speranze e costruisci nuovi appigli e nuove abitudini. Ad ogni età si può ricominciare, devi solo volerlo.

Dubai. Ma anche altrove.

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Che poi si sa che non è mai come lo immaginiamo.
Si sogna, si scelgono quei cinque, trentasei, quarantasette finali migliori. Si lasciano scorrere, si ripetono nella testa. Si nascondono le ansie nella tasca, quella bucata, e gli amuleti nell’altra, quelli non vanno persi.
Si pensa al bello che verrà, solo a quello. 
Poi quando arriva il finale tanto atteso, lui è diverso. Sorprende battendo alla grande ogni fantasia.
Il sorriso non si contiene. Lui sale e sale e sale ancora fino a far gonfiare guance e contagiare occhi e orecchie.
Non c’è tristezza se il finire è già ricominciare.

di fiducia e vita

“La vita è un circo” si ripeteva ogni giorno guardandosi allo specchio. “la vita è un circo, in cui ognuno sceglie un ruolo”. C’è chi decide di ammaestrare leoni, affrontando sfide e rischiando la vita per sentirsi importante, per sentirsi al comando. C’è chi indossa un naso rosso e decide di provare a far ridere gli altri, sdrammatizzando e ironizzando. C’è chi si mette fra il pubblico, come un bambino a stupirsi o come semplice accompagnatore.
Lei aveva deciso di salire su un trapezio, arrampicarsi su una fune o dentro un cerchio e fare mille acrobazie. In bilico, in aria, volteggiando, cercando di avere il meno possibile i piedi per terra. Da sola, con le proprie forze. Gambe e braccia ben salde ma perdendo il contatto con la realtà. Quando saliva a dieci metri di altezza non guardava mai giù, spesso chiudeva gli occhi e cominciava con le sue evoluzioni, sentendosi libera. Con lividi e calli ma senza perdere la sua indipendenza e i suoi sogni.
Quando le dissero che sarebbe arrivata Sara, per un nuovo numero da fare insieme era spaventata. Sarebbe stata in grado di darle fiducia? Di lanciarsi nel vuoto dal trapezio per essere raccolta dalle sue mani? Avrebbe trovato un appiglio saldo e forte o sarebbe caduta giù?