strapiombo.

di el

una trave sottile davanti a me. non si vede la fine ma c’è la speranza del nuovo.
una vocina nella testa mi ha detto che se ci provo, ad arrivare in fondo, posso trovare la serenità.
io mi dico che anche se mi buttassi giù, in fondo, la troverei lo stesso.
comincio a camminare, posso sempre decidere di interrompere il percorso se mi stanco, tornare indietro o lanciarmi giù.
ma, come il piede sinistro si mette davanti al destro, il pezzo di legno appena calpestato si sgretola.
passo dopo passo mi accorgo di non poter far altro che procedere.
comincio a correre, con attenzione, con cautela, cercando di non sbagliare nulla. passi lunghi, passi corti.
dal cielo cominciano a piovere birilli e palline che sento di dover afferrare. non deve sfuggirmi nulla, posso fare tutto, ci riesco.
mentre corro, salto, ondeggio, sempre in bilico, sempre guardando dritto, con le mani divento giocoliere.
nessuno potrà applaudirmi in caso di successo e nessuno seppellirmi, in caso contrario.
sudo, le gambe cominciano a perdere energie, i birilli a scivolarmi dalle mani. perdo pezzi ma non voglio sbagliare, non posso. devo andare avanti.
mi tolgo le scarpe, mi riduco all’essenziale cercando di tenere con me quello che mi servirà durante questo percorso, quello che mi aiuterà a restare lucida o, perché no, a perdere momentanea lucidità.
conservo una pallina, dei libri e della buona musica.
ce la faccio. si va.

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