propriononsaprei

tant'è

Categoria: muble

svegliami

guardami. disteso per terra mentre la vita mi scorre addosso, mi travolge.
guardami, inerme, immobile, inetto.
guardaci. io e lui, amico che sa tradire ma mai giudicare.
vite che passano addosso, calpestano, tolgono l’aria.
foglio dopo foglio. bianco su nero.
guardami. a piedi nudi, vulnerabili.
occhi spalancati a fissare il cielo, a convincermi che le nuvole non sono tutte mie
ché a volte si deve restare fermi ad aspettare con addosso la storia migliore,
anche se può far male.
svegliami.

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a cercare il sole

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il cielo è scuro. una cappa di grigio mi si piazza dentro a togliere l’aria, l’umidità annebbia il cervello intorpidendo il resto.
salgo sull’aereo e mi appoggio al finestrino.
il tempo passa, io lo sento e lo lascio fare.
guardo fuori distrattamente, tutto è così uguale.
passo dentro quelle stesse nuvole lasciando mi attraversino facendomi traballare e sobbalzare apaticamente.
gli occhi sono stanchi, li chiudo.
all’improvviso accade qualcosa, sento qualcosa. il mio viso è diventato caldo, qualcosa mi avvolge.
apro lentamente gli occhi assaporando quel piacere. mi lascio stupire.
al posto di quel grigio ora c’è il sole, ed è proprio accanto a me, dentro un cielo incredibilmente vuoto ma pieno.
e, poco più in basso, quelle nuvole che soffocavano galleggiano teneramente, bianche.
sorrido.

il sole è sempre lì, basta saperlo cercare.

giovedì sera

torno a casa da lavoro e metto a cucinare qualcosa.
pulisco i fornelli e rassetto la cucina mentre apparecchio e copro i piatti a tavola per non farli freddare. metto su un cd e mi verso un bicchiere di vino nell’attesa che lui torni a casa.
tutto è pronto,  mi appoggio sul divano a canticchiare.
mi guardo dall’esterno e improvvisamente mi sento cresciuta. oh che paura. mi sento dentro uno di quei film dove, quasi sempre, l’uomo ritarda perché ha un’amante e la donna aspetta a casa, si ubriaca distrutta dai dubbi.
non è il mio caso, ovviamente. no, non dico che non potrebbe accadere ma, sorrido, io cucino una volta al mese, pulisco anche meno e questi momenti di solitudine in casa, una volta fatta cenare la gatta che altrimenti piangerebbe allo sfinimento, questo bicchiere di vino, questa tranquillità e questo rendermi utile mi fanno stare bene.
e poi l’inevitabile. la gatta ruba i crostini dal tavolo, nel correre furbescamente rovescia la bottiglia di vino sul minestrone ormai freddo.
spero solo che lui sia stato abbastanza bravo da eliminare ogni traccia femminile dal suo maglione.
bentornato amore.

ErGo

guardo fuori distratta. nel volo, dal viaggio, nel percorso, dall’attesa. guardo fuori e non c’è niente. il cielo è perpetuo, penso.
qualcosa inizia a fischiare, uno spiffero, mi dico. il silenzio, la riflessione e il panico si affacciano a troppi mila metri di altezza in troppo poco tempo.
cercando la ragione appoggio la fronte al vetro. sono ancora seduta, bene. ma dove sono, sono dentro oppure fuori? tutto è
bianco, tutto è grigio. vedo ovatta fra la luce. spalanco gli occhi per capire. guardo il nulla attentamente, potrebbe non essere mai ricordo, penso nell’esatto momento in cui inizio a sentirmi finalmente viva. sento il fresco umido sulle guance ormai rosse d’emozione. a cuore pieno, gli occhi bruciano rossi di vento. io mi vedo, io mi sento.
sono nuvola ora e piango. sono morbida e felice. leggera ed ugualmente carica. sono pronta.
tu ora puoi. puoi attraversarmi, mi riformo. puoi scalfirmi, io sorrido. essenziale, sicura. muto e prendo forma, mi diverto sì, svolazzo. puoi vedere quel che vuoi. puoi giocare col mio aspetto, trasformarmi in draghi o clown. so chi sono e a cosa servo. sono candida e a te oscura.
chiudo gli occhi e poi sorrido.
in me io credo, io mi fido.

.

fe cosa?

felicità. io non ci ho mai creduto.
ho sempre pensato fosse per i bambini e gli ingenui, per i superficiali.
ho da poco finito di leggere un racconto. secondo l’autore non è possibile stabilire quale sia l’ora della vita più felice in assoluto perché, se crediamo sia una nel passato, non è detto che non ce ne sarà una ancora più felice. che ottimista sconsiderato.
felicità no. ho avuto momenti forti, ovviamente ne ho avuti. emozioni. episodi che mi hanno fatto commuovere e mi sono rimasti appiccicati dentro anche se non sempre puri ed incontaminati.
il primo ricordo è una me bimba sul lettone con mia madre a giocare, fare la lotta, farci il solletico. ma subito mi torna in mente lei che, seduta per terra con quel bel sorriso, si lascia scappare una lacrima. che da bambina non ci pensi che tua madre possa essere triste, stare male. lo realizzi quando anche tu, come lei, provi a star bene e cerchi di nascondere quel malessere che ti gonfia dentro. gioia dunque ma anche amarezza.
ricordi belli li associo a lei, alla sua bontà che ho sempre dato per scontata, come espansa nel mondo. bontà che mi manca ora che sono lontana. effettivamente è da quando non vivo più lì che ho smesso di credere in tutto, nelle persone soprattutto. circondata da amore, protezione, sincerità e lealtà credendo fossero normalità. andando a vivere da sola ho scoperto quanto invece sia raro trovarle altrove. ormai,a distanza di quindici anni, so che erano menzogne anche quelle. ma questa è un’altra storia.
momenti felici, dicevamo. ho pianto di gioia, in età più adulta, ad un concerto. una lunga attesa, poi la musica forte dentro sulla pelle. calda e densa lungo la schiena. ma no, quella non era felicità, era più amore, invasione, riempimento.
e infine quella volta, ancora, che ho visto l’oceano.
il silenzio, una spiaggia bianca, deserta. io e l’acqua, fredda. i miei piedi e lo sguardo all’infinito. ma,ancora una volta non era quella roba lì, credo fosse più pace, benessere.

felicità? ma cos’è?
voi siete o siete mai stati felici?

ma va

 

mi sveglio piangendo. singhiozzo bramando aria. bambina. minuscolo puntino nel mondo, enorme. oppressa, soffocata dal gigante. ma anche lontana da tutto, sola. io. impotente.

mentre mi riprendo, cercando una bottiglia d’acqua, cerco di capire. ho sognato certezze correre contrarie. amici persi, amici nemici. inferno, paure. pericoli e rischi. tutto quello che ho avuto e ho, di bello, sparire e mutare in fantasmi e devastazione.

apro gli occhi, mi asciugo le lacrime e sorrido.
gli incubi servono anche a questo. a ricordarmi che sono fortunata e sì, qualche volta felice.

 

presente. io. questo.

andare avanti, questo è il punto.
ci ho messo un po’ a tornare. ad essere me stessa. mi stavo perdendo. mi ero persa in realtà. a dirla tutta, non mi dispiaceva affatto.
avevo perso di vista gli obiettivi, la routine. volavo, ridevo. ingenua, sognante [c’era una volta].
poi. davanti a me, d’un tratto, la vita. e. avrei voluto del tempo per ritornare ad essere.
sedermi e stiracchiare le idee. stendere le gambe e razionalizzare. fissare gli obiettivi. scrivere, articolare. avrei voluto arrivarci da sola. da sola capire quanto fosse folle e pericoloso viverci dentro. ‘ché le bolle di sapone non possono essere fortezze. scoprire che non esplodono, non scoppiano mica. loro appassiscono, in un attimo. attimodisospensionecheparepropriodavveroeterno prima della discesa. discesa frenetica, discesa straziante, discesa senz’aria. sbattere addosso a fotogrammi di vita in bianco e nero ingiallito. sballottata.
precipitavo senza alcuna intenzione di volermi salvare, perché no. io non volevo tornare a vivere.
ero sola. siamo sempre soli, nonostante tutti.
la caduta è stata lunga, è stata un percorso, un viaggio difficile. lo sapete, sono sempre stata lenta a capire.
silenzio.

ora, senza più sogni. realismo estremo. cinica. egoista. non mi dispiaccio, sono contenta di riuscirlo ad ammettere.
passo dopo passo guardo il presente. passo dopo passo le piccole cose. passo dopo passo.
si vive meglio.
senza sogni non si resta delusi. senza aspettative si gode.

forse mi ripeto, forse annoio (anche me).
tant’è.

 

chiudete gli occhi.

allora sarà.

un piede davanti l’altro, come ogni giorno.
guardo la strada per un po’, poi alzo lo sguardo.
mi piace distinguere quello che vedo racchiudendolo in foto immaginate. penso ai grandi fotografi, agli scenari che avevano davanti e a come sapevano disegnarli.
penso, chissà al posto mio cosa avrebbero visto. come l’avrebbero fermato quest’attimo. chissà se riuscirò mai a fermare in una sola foto anche io, tutto quello che è.

cammino respirando il freddo. tiro fuori la macchina fotografica.
oggi è tutto puro.

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sollevo lo sguardo, il riflesso mi guarda. lo fisso sorpresa, lo osservo cambiata.
lui parla, io scruto, a cercare il di dentro.

accenno un sorriso, lui torna severo.

attendo risposte da una me che è lontana. lei pare sparita in un mondo distinto.
eppure ci sono, son qui, io mi vedo.
la parte vitale è quella più buia. è quella racchiusa nei vetri e nell’ombra.

il sole sparisce, con lui mi nascondo.
mi aspetto, poi torno.

vorrei

vorrei rinascere albero. di quelli veri.
albero dalle braccia alte rivolte al sole. dal busto al fresco bosco. piedi saldi stretti nei principi, terra buona. occhi tutti intorno. corteccia spessa ugualmente corteccia fragile.
albero di foresta, albero di montagna, albero respira natura.
crescere di spessore, radicarmi nella terra che mi fa vivere, integrarmi e fondermi.
assaporare la pioggia, dissetarmi, lentamente. nel silenziorumore delle foglie, degli insetti, del vento che mi spettina. sognare di crescere più in alto per sorridere allo spazio. dar vita a frutti o fiori o ghiande.
vorrei nascere albero. forte alto e generoso. lottare contro il caldo e contro il freddo per la vita, con il caldo e con il freddo per il mondo. piangere d’amore per il verde, colline, bruchi, sentieri e le falene. dar rifugio agli animali, amici stranieri. puro e stabile rinnovarmi alle stagioni. sentire le foglie crescermi dentro, diventar mature. cambiare colore. sorridere nello scoprirmi sempre diverso al girar del sole.

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