propriononsaprei

tant'è

di fiducia e vita

“La vita è un circo” si ripeteva ogni giorno guardandosi allo specchio. “la vita è un circo, in cui ognuno sceglie un ruolo”. C’è chi decide di ammaestrare leoni, affrontando sfide e rischiando la vita per sentirsi importante, per sentirsi al comando. C’è chi indossa un naso rosso e decide di provare a far ridere gli altri, sdrammatizzando e ironizzando. C’è chi si mette fra il pubblico, come un bambino a stupirsi o come semplice accompagnatore.
Lei aveva deciso di salire su un trapezio, arrampicarsi su una fune o dentro un cerchio e fare mille acrobazie. In bilico, in aria, volteggiando, cercando di avere il meno possibile i piedi per terra. Da sola, con le proprie forze. Gambe e braccia ben salde ma perdendo il contatto con la realtà. Quando saliva a dieci metri di altezza non guardava mai giù, spesso chiudeva gli occhi e cominciava con le sue evoluzioni, sentendosi libera. Con lividi e calli ma senza perdere la sua indipendenza e i suoi sogni.
Quando le dissero che sarebbe arrivata Sara, per un nuovo numero da fare insieme era spaventata. Sarebbe stata in grado di darle fiducia? Di lanciarsi nel vuoto dal trapezio per essere raccolta dalle sue mani? Avrebbe trovato un appiglio saldo e forte o sarebbe caduta giù?

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ricordo.

Io lo ricordo, sai?
Lo ricordo il giorno che sono entrata in chiesa per il tuo funerale.
Me li ricordo i nostri amici piangere abbracciati, sconfiggendo le cattiverie,  almeno per un po’.
Mi ricordo le mie lacrime e la mia voce tremante cantando una canzone.
Me la ricordo quella canzone, su ali d’aquila ti reggerò.
Mi ricordo quando venivo a trovarti i primi giorni, quando ti parlavo e mi confidavo con te, raccontandoti quello che ti stavi perdendo. Quando ti annoiavo con le preghiere.
Volevo dirti che non ti scordo.
Che ci penso ogni giorno alla morte e ogni sera prima di andare a dormire.
Forse con gli anni ci saremmo persi di vista, è probabile. Ma il tuo sorriso non mi avrebbe mai lasciata.
Me lo ricordo, sai?

di un ritorno

Stai volando, non lo sai mica se su un aereo o dentro un sogno. Sai che è mattina presto e il sole ha da poco fatto capolino, che i suoi raggi ti carezzano il viso mentre guardi fuori, mentre guardi giù, ma anche di lato. Sai di avere un paio d’ore da passare con te stesso. Senza telefono, senza parole, senza brusii. Hai sonno ma lo sai già che non dormirai.
È una giornata stupenda, il cielo è di un blu che non ti pareva di ricordare, forse perché Berlino non ce l’ha mica quel colore lì, non in questa stagione. Pensi alla neve che è scesa ma non hai fatto in tempo a vedere, troppo presa a lavorare dentro stanze buie. Pensi che ti saresti stupita come ogni volta, pensi che in realtà ti sei stupita anche solo a immaginarla scendere.
Ci sono le nuvole che oggi sembrano zucchero filato. Quando l’aereo si abbassa un po’ le vedi incastrarsi dentro le montagne e fra i laghi a formare cascate.
Può una cosa così semplice essere tanto magica?
Ti verrebbe voglia di lanciarti giù per vedere se lì sopra quell’ovatta si può dormire davvero.
Il tuo viso è caldo, vuoi per il sole, vuoi per l’emozione. Accidenti, sono in grado di emozionarmi, allora? Ancora?
Le colline, il verde dei prati, le poche case, qualche fattoria. Ce ne è una che è come quella in cui sogno spesso di abitare.
È proprio necessario scendere giù? Forse sì. Forse non sarà poi così male.
L’aereo si abbassa piano, delicato. Tutte le cose che sembravano morbide e perfette cominciano a diventare reali. Case diroccate, spazzature accatastate, macchine incastrate. Ma a due passi c’è il mare.
E allora sorridi. No, non hai paura. La vita è questa. Da lontano, dall’alto, con l’incoscienza e l’ingenuità di un bambino, tutto splende. Da vicino, nei dettagli e con la razionalità, la perfezione si perde. La perfezione non esiste.
E mentre Andrea ci porta a terra, con l’atterraggio più morbido di sempre, io decido, con fermezza.
Di vivere per sempre sulle nuvole. Non ci sarà fatica, non ci sarà brutta notizia, non ci sarà realtà sufficientemente pesante da trascinarmi giù.
(i brutti pensieri, le tasse e le difficoltà le lasciamo a domani)

strapiombo.

una trave sottile davanti a me. non si vede la fine ma c’è la speranza del nuovo.
una vocina nella testa mi ha detto che se ci provo, ad arrivare in fondo, posso trovare la serenità.
io mi dico che anche se mi buttassi giù, in fondo, la troverei lo stesso.
comincio a camminare, posso sempre decidere di interrompere il percorso se mi stanco, tornare indietro o lanciarmi giù.
ma, come il piede sinistro si mette davanti al destro, il pezzo di legno appena calpestato si sgretola.
passo dopo passo mi accorgo di non poter far altro che procedere.
comincio a correre, con attenzione, con cautela, cercando di non sbagliare nulla. passi lunghi, passi corti.
dal cielo cominciano a piovere birilli e palline che sento di dover afferrare. non deve sfuggirmi nulla, posso fare tutto, ci riesco.
mentre corro, salto, ondeggio, sempre in bilico, sempre guardando dritto, con le mani divento giocoliere.
nessuno potrà applaudirmi in caso di successo e nessuno seppellirmi, in caso contrario.
sudo, le gambe cominciano a perdere energie, i birilli a scivolarmi dalle mani. perdo pezzi ma non voglio sbagliare, non posso. devo andare avanti.
mi tolgo le scarpe, mi riduco all’essenziale cercando di tenere con me quello che mi servirà durante questo percorso, quello che mi aiuterà a restare lucida o, perché no, a perdere momentanea lucidità.
conservo una pallina, dei libri e della buona musica.
ce la faccio. si va.

.

normalità devastante, ti entra dentro espandendosi, essenza di silenzio che lacera e squarta. invade togliendoti ogni voglia. brucia e consuma le gambe, rattrappisce i muscoli, ingoia le forze. mi spengo circondata da soddisfazioni, risate fragorose e sorrisi non miei. così piccola non sono mai stata.

a cercare il sole

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il cielo è scuro. una cappa di grigio mi si piazza dentro a togliere l’aria, l’umidità annebbia il cervello intorpidendo il resto.
salgo sull’aereo e mi appoggio al finestrino.
il tempo passa, io lo sento e lo lascio fare.
guardo fuori distrattamente, tutto è così uguale.
passo dentro quelle stesse nuvole lasciando mi attraversino facendomi traballare e sobbalzare apaticamente.
gli occhi sono stanchi, li chiudo.
all’improvviso accade qualcosa, sento qualcosa. il mio viso è diventato caldo, qualcosa mi avvolge.
apro lentamente gli occhi assaporando quel piacere. mi lascio stupire.
al posto di quel grigio ora c’è il sole, ed è proprio accanto a me, dentro un cielo incredibilmente vuoto ma pieno.
e, poco più in basso, quelle nuvole che soffocavano galleggiano teneramente, bianche.
sorrido.

il sole è sempre lì, basta saperlo cercare.

undici anni

img001gRagazza non sapeva chi era.
Viveva rinchiusa fra le sue quattro mura che di tanto in tanto colorava. Qualcuno le andava a fare visita, qualcun altro di lì passava.
Ragazza attaccava quadri, copriva buchi neri e pericolanti con disegni splendidi e fotografie.
Ragazza faceva ordine e accatastava. Metteva da parte e sognava.
Un giorno un uomo capitò nella sua casa con uno specchio in mano e una vecchia chitarra che aveva l’aria di averne passate un po’.
Prese lo specchio e lo attaccò sopra ogni cosa, davanti a lei. Poi la guardò negli occhi e suonò una melodia.
«Questa sei tu» disse.
Donna si guardò e si ascoltò, in un brivido.

giovedì sera

torno a casa da lavoro e metto a cucinare qualcosa.
pulisco i fornelli e rassetto la cucina mentre apparecchio e copro i piatti a tavola per non farli freddare. metto su un cd e mi verso un bicchiere di vino nell’attesa che lui torni a casa.
tutto è pronto,  mi appoggio sul divano a canticchiare.
mi guardo dall’esterno e improvvisamente mi sento cresciuta. oh che paura. mi sento dentro uno di quei film dove, quasi sempre, l’uomo ritarda perché ha un’amante e la donna aspetta a casa, si ubriaca distrutta dai dubbi.
non è il mio caso, ovviamente. no, non dico che non potrebbe accadere ma, sorrido, io cucino una volta al mese, pulisco anche meno e questi momenti di solitudine in casa, una volta fatta cenare la gatta che altrimenti piangerebbe allo sfinimento, questo bicchiere di vino, questa tranquillità e questo rendermi utile mi fanno stare bene.
e poi l’inevitabile. la gatta ruba i crostini dal tavolo, nel correre furbescamente rovescia la bottiglia di vino sul minestrone ormai freddo.
spero solo che lui sia stato abbastanza bravo da eliminare ogni traccia femminile dal suo maglione.
bentornato amore.

cool damp night

anche se halloween è passato da un po’.
(giusto per non lasciare il blog abbandonato a se stesso)

e se c’è tutto un Mag_azine da leggere.
qui la mia storia.

Camminavo sulla spiaggia, una umida fresca notte d’estate. Il cielo era denso di nero e le infinite stelle, certezze della vita, chissà dove si erano andate a nascondere. Le onde dell’oceano, da sempre mie ninne nanne, quella volta mi erano ostili. Non facevano che rafforzare il silenzio tutto attorno. Non erano pronte a cullarmi, non a suonare melodie pronte ad abbracciare ma mi frustavano assordanti. La sabbia non massaggiava il mio cammino ma, ghiacciata sotto i piedi nudi, pungeva come

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sviluppo (interiore)

si impara sbagliando, è vero.
ma quando fra le mani hai il frutto di sei mesi di foto che hai amato, conservato e portato a sviluppare con molta pazienza, con risparmi e grande desiderio. quando poi le guardi e non sono come le avresti volute, non sono perfette (come te d’altronde).
ecco. allora sì. allora bo.
la prossima volta verranno meglio ma a me un po’ piange il cuore.
sì, poi passa.